Portami dove c'è gente
Portami dove non bisogna parlare
Portami dove non si paga niente
Portami dove la notte non si spegne
Portami dove si vede la strada
Portami dove non conosco la strada
E fa che il giorno si dimentichi di arrivare
Portami dove è morbido
Portami dove non si sente
Portami dove non si aspetta
E fa che il giorno si dimentichi di arrivare
Portami dove non sono mai stato
Portami dove non sarei mai potuto andare
Portami dove c'è gente
Portami dove non si paga niente
Portami dove non si vede la strada
Portami dove non conosco la strada
Portami dove non si sente
Portami dove non si scende
Portami dove non bisogna parlare
Portami dove non si paga niente
E fa che il giorno si dimentichi di arrivare
(Insieme - Album: Stanza 218 - El Muniria)
martedì 13 maggio 2008
sabato 10 maggio 2008
Insolito
La forza dell'indignazione aveva scosso quel flusso dei pensieri senza corpo.
Il rapimento era sbilenco e di colore indefinito.
La testa appesa.
Il tempo perso.
E un grande uncino adeguato come spina dorsale.
E in qualche istante speciale un brivido dipinse la smorfia dello sdegno, e uno schiocco alle emozioni riscaldò dal freddo.
Le narici che ingoiano nausea ed espellono fiele, gli occhi che giurano abbandono, il cervello che bolle per il fuoco in superficie: l'indignazione ha questa faccia, e indossa stivali neri come la pece... per schiacciare le tentazioni.
La malia dell'indignazione ha dunque scosso quel flusso dei pensieri senza corpo.
E un sacro paonazzo ardore ha scacciato quei colori lontani, ed ha acceso di rosso scarlatto il pulviscolo delle impressioni.
Lunghe mani bianche e sottili, nervose di candore, schiaffeggiano l'aria malata: sublima il buon gusto e s'accascia la comune opinione.
L'indignazione è rara (quella vera).
Ed io odio il carcere
("La Vampa Delle Impressioni" - Album: Cometa - Marlene Kuntz)
Il rapimento era sbilenco e di colore indefinito.
La testa appesa.
Il tempo perso.
E un grande uncino adeguato come spina dorsale.
E in qualche istante speciale un brivido dipinse la smorfia dello sdegno, e uno schiocco alle emozioni riscaldò dal freddo.
Le narici che ingoiano nausea ed espellono fiele, gli occhi che giurano abbandono, il cervello che bolle per il fuoco in superficie: l'indignazione ha questa faccia, e indossa stivali neri come la pece... per schiacciare le tentazioni.
La malia dell'indignazione ha dunque scosso quel flusso dei pensieri senza corpo.
E un sacro paonazzo ardore ha scacciato quei colori lontani, ed ha acceso di rosso scarlatto il pulviscolo delle impressioni.
Lunghe mani bianche e sottili, nervose di candore, schiaffeggiano l'aria malata: sublima il buon gusto e s'accascia la comune opinione.
L'indignazione è rara (quella vera).
Ed io odio il carcere
("La Vampa Delle Impressioni" - Album: Cometa - Marlene Kuntz)
Bambini e adulti si incontrano al cinema
Si chiude la porta per nascondere un bacio ma la porta è a vetro e non nasconde.
Un bimbo per seguire il suo gatto cade dalla finestra per non so quanti piani e non si fa nulla, anzi si alza e balbetta "Gregory ha fatto bum": i bambini hanno la pelle dura.
E Sylvie che per un capriccio non va al ristorante con il padre e la madre, si chiude dentro casa e col megafono dalla finestra inizia ad urlare "Ho fame! ho fame!" inscenando l'abbandono da parte dei genitori: i condomini indignati le calano un cesto ricco di ogni bene. E il padre è commissario di polizia.
Si va al cinema per incontrare l'altro sesso, la propria sessualità e il cinegiornale parla di Oscàr figlio di madre francese e padre inglese che indeciso su che lingua parlare non parla, fischia; mentre si racconta di lui due ragazzi e due ragazze siedono vicini: Patrick e un suo amico le hanno invitate al cinema; il suo amico le bacia tutte e due e lui chissà a cosa pensa, forse alla mamma di un suo compagno di classe.
Il professore arriva a scuola tardi perché la moglie ha partorito ed è lui ad essere interrogato.
Poco dopo i bambini consegnano le armi senza opporre resistenza.
E la visita medica che rivela ciò che subiva Julien. Julien nuovo compagno di classe ladruncolo e ribelle.
Il discorso finale del professore e il riscatto, verso chissà cosa, di Patrick.
"Gli anni in tasca" (titolo originale: "L'argent de poche") è un film di François Truffaut.
Gli adulti non sono altro che matrioske delle proprie esperienze, quindi anche bambini.
Un bimbo per seguire il suo gatto cade dalla finestra per non so quanti piani e non si fa nulla, anzi si alza e balbetta "Gregory ha fatto bum": i bambini hanno la pelle dura.
E Sylvie che per un capriccio non va al ristorante con il padre e la madre, si chiude dentro casa e col megafono dalla finestra inizia ad urlare "Ho fame! ho fame!" inscenando l'abbandono da parte dei genitori: i condomini indignati le calano un cesto ricco di ogni bene. E il padre è commissario di polizia.
Si va al cinema per incontrare l'altro sesso, la propria sessualità e il cinegiornale parla di Oscàr figlio di madre francese e padre inglese che indeciso su che lingua parlare non parla, fischia; mentre si racconta di lui due ragazzi e due ragazze siedono vicini: Patrick e un suo amico le hanno invitate al cinema; il suo amico le bacia tutte e due e lui chissà a cosa pensa, forse alla mamma di un suo compagno di classe.
Il professore arriva a scuola tardi perché la moglie ha partorito ed è lui ad essere interrogato.
Poco dopo i bambini consegnano le armi senza opporre resistenza.
E la visita medica che rivela ciò che subiva Julien. Julien nuovo compagno di classe ladruncolo e ribelle.
Il discorso finale del professore e il riscatto, verso chissà cosa, di Patrick.
"Gli anni in tasca" (titolo originale: "L'argent de poche") è un film di François Truffaut.
Gli adulti non sono altro che matrioske delle proprie esperienze, quindi anche bambini.
Saccheggio di una sconosciuta
"Nella vera amicizia, quella che intendo io, le anime si mescolano, si intrecciano, si confondono l'una con l'altra in un legame cosi stretto da annullare e far dimenticare la connessione che le ha unite. Se qualcuno volesse farmi dire perché volevo bene a un amico sento che potrei solo rispondere: 'Perché era lui, perché ero io'!"
-Michel De Montaigne-
(da accompagnarsi con "Gli Amici" cantata da Guccini e Vecchioni)
-Michel De Montaigne-
(da accompagnarsi con "Gli Amici" cantata da Guccini e Vecchioni)
venerdì 9 maggio 2008
Non ninna nanna
Dormi.Dormi ovunque vuoi.
Ti troverò.
Ma dormi sola perché ucciderò.
Tu dormi, io mi siederò per terra per avere il tuo volto vicino, curandomi di scansare il mio nero mantello.
Curandomi di scansare i capelli dal tuo volto.
Sono sceso agli inferi prima del tempo per poi risalire.
Bisogna avere un buon motivo.
Ho dovuto rinunciare alla luce del sole per far si che un giorno questo amore non svanisse nella morte.
Il giorno e la luce sei tu.
Così tu la notte dormi.
Dormi ovunque vuoi. io ti troverò ma dormi sola. Io siederò per terra così vicino da sentire il vento del tuo respiro e se questo si trasformasse per qualche incubo in tempesta sarò lì a placarla.
Il tuo collo non ha nulla da temere.
Il tuo sangue è il mio sangue. Ma il tuo sangue è vita, il mio lo era.
Ho rinunciato alla luce del sole e al giorno solo per vedere l'alba dei tuoi occhi aprirsi al mattino e il loro tramonto alla sera.
Dormi. Non avere paura.
Chi meglio di una creatura della notte e i suoi seguaci può proteggere il tuo sonno.
Leggerò sulle tue labbra le parole dei tuoi sogni.
Pregherò il demonio per un tuo inconsapevole sorriso.
E il tuo corpo nudo sarà la seta che accarezzerò: tornerai giovane sotto le mie mani e il mio desiderio ti rigenererà.
Sarai come al solito bella.
Ti terrò al caldo.
Ti farò vento con le ali di 100 pipistrelli.
Non mi vedrai mai, sentirai la mia presenza al risveglio.
Quando avrai bisogno ti regalerò i sogni che sogni.
Vivili bene perché sono la mia vita, vivo per il tuo sonno.
Non te lo far rubare da nessuno perché ti ruberebbe la mia vita.
Hai questa responsabilità.
Tu dormi tranquilla fin quando ci son io sei al sicuro.
Io veglio su di te. Fin quando sei, sarò quasi vivo. Quando la signora di tutto verrà per te morirò di nuovo perché io non posso morire
Pregherò per il tuo paradiso, il mio inferno
Il mio egoismo pregherà per il tuo inferno, il mio paradiso.
Ma intanto dormi che il giorno si avvicina e ti aspetta.
Volo via fino al prossimo sonno.
Non aver paura.
E dormi bene.
giovedì 8 maggio 2008
Flashback

Il fiume della gente scorre veloce lungo il marciapiede e qualcuno che ha più fretta di altri cammina sulla strada e io che non ho fretta sono fermo. Il fiume scorre fra argini fatti dei mattoni degli alti palazzi che a guardarli dal basso fanno quasi impressione. Occhiali da sole ampi, giornale in mano, cappotto lungo e grigio che copre fino al ginocchio dei jeans logori, scarpe comode. Mentre aspetto non leggo il giornale ma penso. Penso a quello che devo fare e non come lo devo fare, questo lo so bene, e neanche se sia giusto o meno quello che faccio. Penso che tutto ciò mi serva per non pensare: ci sono troppe cose da valutare, elementi da considerare e imprevisti da pianificare per andare altrove con la testa, per pensare che da qualche parte c'è la mia bambina e lì con lei sua madre. Il sole sta lentamente sorgendo dall'orizzonte ma prima che s'alzi sopra questi enormi edifici ce ne vorrà di tempo e così l'aria è ancora fredda. Guardo l'enorme portone del palazzo dove sono fermo e mi domando per quale diavolo di motivo l'abbiano fatto così grande "Chi diamine sarebbe dovuto passarci?!" mi dico sottovoce, poi mi guardo intorno per vedere se qualcuno mi abbia sentito.
D'improvviso il portone si apre e così si squarciano i miei pensieri rotti dalla tensione. La mano destra mi scivola sotto il cappotto verso il petto dove dicono che ci sia il cuore.
La mano destra sembra cercare di impedire al corpo di cedere sotto i colpi ritmati del cuore. Mentre l'ingresso lentamente si apre maledico me stesso, anni di questo lavoro e ogni volta la tensione mi uccide, credo che dovrei smettere. Lo dico ogni volta e poi penso che prima o poi, per mio volere o meno, smetterò. E l'uscio s'apre completamente e ne viene fuori un'uomo ordinario. Ritorno tranquillo. Ancora fa freddo, sono quasi le otto e aspetto. Mentre aspetto facendo finta di leggere scopro che i Red Sox hanno battuto gli Yankee di New York. Mi guardo intorno per cercare di capire se ho attirato l'attenzione di qualcuno: qui ognuno pensa agli affari suoi e corre veloce dove solo loro sanno. Di nuovo il portone a spazzare via i miei pensieri. La porta s'apre lentamente e gira verso l'interno come fosse la lancetta di un'orologio, come se fosse un conto alla rovescia: meno quindici, meno quattordici, il cuore riparte la sua corsa ma con meno fatica, come se l'adrenalina di prima fosse servita da riscaldamento, meno tredici, mi avvicino al palazzo di un paio di passi rimanendo nascosto nel flusso di gente, meno dodici, mano destra sotto al cappotto e altri due passi, meno undici, mi guardo intorno e guardo in alto, meno dieci, nello spiraglio della porta vedo dei capelli lunghi e neri di donna, meno nove e la scorgo sempre meglio e salgo i primi gradini, meno otto altri gradini verso la porta e la mia bambina in testa, meno sette e la madre, meno sei faccio attenzione dove metto i piedi, meno cinque arrivo davanti al portone e lo spingo forte con la sinistra e la lancetta accelera, 4,3,2,1, la mano destra esce allo scoperto portando con se un'arma nera il cui nero è prolungato dal silenziatore.
0, un colpo al petto dove dicono che ci sia il cuore e il sangue schizza come spumante da una bottiglia stappata per il capodanno. Getto il corpo cadente nel portone. Mi volto e mentre la lancetta\porta torna indietro scendo le scale che mi riportano nel fiume di gente. Riapro il giornale sperando di coprire le macchie di sangue. Attraverso la strada e mi dirigo verso una Ford grigia parcheggiata. Apro il portabagagli e prendo la borsa e poi corro senza correre, il passo veloce che tengo mi riporta alla mente i kenyani delle maratone è allora che spero di non muovermi come loro. E poi io ho le scarpe e sono bianco. Devio la corsa sulla sinistra in una strada meno affollata ed entro nello Stryer Cafè, alzo gli occhiali da sole e mi dirigo al bagno. La zip della borsa si lamenta mentre la apro e partorisce degli abiti puliti identici a quelli di prima: entrare vestiti in un modo ed uscire in un altro avrebbè potuto attirare l'attenzione e destare sospetti. Solo la mia pistola rimane la stessa a sinistra nell'interno del cappotto. Pochi minuti, un caffè espresso e sono di nuovo fuori. "Taxi!!!". Vengo ingoiato dalla vettura gialla. E via. L'uomo alla guida mi guarda dal retrovisore e forse capisce che non ho voglia di parlare e guida. Tra traffico, semafori e vie chiuse per lavori in corso usciamo fuori dal centro. La vettura gialla mi vomita davanti ad un piccolo motel. Pago e saluto.
(da accompagnarsi con "Una Calibro 9 Per Toni Rodriguez" - Album: L'irreparabile - Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo)
-------------------------------------------------|Folgorazione

Capire Fontana
Provo ad essere com’ero prima
ma non ci riesco più
cerco qualcosa che mi faccia addormentare
in pieno giorno
ma tu svegliami se puoi
è tardi e devo ancora capire
svegliami se puoi...
Nei sogni questa notte
c’erano ancora voci
che io temevo e che ferivo
ed io nascosto in un hotel
perché la gente ha paura di me
forse sono violento e pericoloso
e allora è meglio che io dorma
o che faccia quello
che mi viene da fare
creando un vuoto fra noi
i miei nuovi problemi:
Capire Fontana, lo spazio
e come fare a meno
e non desiderare mai
Capire Fontana, lo spazio
e come fare a meno.
Svegliami se puoi
è tardi e devo ancora capire
Spiegami se puoi
perché la gente ha sempre paura
Svegliami se puoi
è tardi e devo ancora capire
Spiegami se puoi
perché io adesso forse ho paura di...
Capire Fontana, lo spazio
e come fare a meno
e non desiderare mai
Capire Fontana, lo spazio...
Provo ad essere com’ero prima
ma non ci riesco più
cerco qualcosa che mi faccia addormentare
in pieno giorno
ma tu svegliami se puoi
è tardi e devo ancora capire
svegliami se puoi...
Nei sogni questa notte
c’erano ancora voci
che io temevo e che ferivo
ed io nascosto in un hotel
perché la gente ha paura di me
forse sono violento e pericoloso
e allora è meglio che io dorma
o che faccia quello
che mi viene da fare
creando un vuoto fra noi
i miei nuovi problemi:
Capire Fontana, lo spazio
e come fare a meno
e non desiderare mai
Capire Fontana, lo spazio
e come fare a meno.
Svegliami se puoi
è tardi e devo ancora capire
Spiegami se puoi
perché la gente ha sempre paura
Svegliami se puoi
è tardi e devo ancora capire
Spiegami se puoi
perché io adesso forse ho paura di...
Capire Fontana, lo spazio
e come fare a meno
e non desiderare mai
Capire Fontana, lo spazio...
(Capire Fontana - Album: Hotel Lamemoria - Tibe)
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